Sull’arte di non pagare le tasse: Ai Weiwei a Palazzo Strozzi

Ai Weiwei - Exhibition in Florence

Scriveva Giorgio Colli che i potenti concedono agli uomini di cultura la più sfrenata libertà alle proprie esibizioni, malgrado – o forse proprio perché – esse fingono di essere pericolose e incontrollabili. Sta tutta in questo malinteso l’epopea di Ai Weiwei, magnificato al mondo dall’arresto del 2011 (per tasse non pagate) e ora fenomeno del pop e dei diritti umani.  Categorie spesso coincidenti.

Critico verso la Cina del boom industriale che fa strame della propria storia, l’artista si immortala – in una tuta d’operaio che manco Cipputi – mentre distrugge un vaso di venti secoli: <<Sono un ribelle mamma! Che dici?? È il pitale di nonno? Ma uffa, è un gesto politico!>>. Altrove colma pareti con foto di imperscrutabili tizi, pretesi men in black alle sue calcagna; memorabile la serie dedicata all’alterco con un ignaro fotografo in aeroporto. O ancora: Ai, con le sue belle ciabattine, che tira fuori una presa dal muro di casa per mostrarci – credo – due condensatori (ah no, erano cimici mannaggia!). Delle soggettive sul suo dito medio errabondo e sfanculante, invece, meglio non dire.

Credete davvero che la Repubblica Popolare Cinese, che detiene circa millecinquecento miliardi di dollari del debito pubblico degli Stati Uniti d’America, abbia qualcosa da temere da queste provocazioncine debosciate? Quest’arte che non ha ancora superato la fase anale  è incapace di affermare alcunché: è negatività improduttiva, arida pars destruens, nichilismo travestito da protesta. E poi giocare col ready made a cent’anni di distanza, fuori dalla patina autorevole dei libri di storia, sortisce unicamente effetti di noia e tedio. Da ultimo, appendere gommoni arancio alle bifore di Palazzo Strozzi fa del tema sociale canzone d’organetto: arte d’evasione (fiscale), dove la componente di genio si risolve nella furbizia.

Ora: può darsi che queste considerazioni abbiano poco a che fare con la biografia dell’artista, il quale potrebbe aver messo sinceramente in gioco se stesso, la sua vita ed il suo corpo grassoccio in nome della libertà espressiva. In tal caso chioserei con  Mordecai Richler, il quale fa dire ad un suo personaggio che un giorno sarà il caso di rivalutare il Senatore McCarthy come  migliore critico (cinematografico) della sua epoca. E con lui i funzionari cinesi.

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