Impiattami stocazzo: Carlo Cracco come (dis)educatore

San-Carlo_Cracco

Scriveva Pier Paolo Pasolini che i cambiamenti della società si riflettono immediatamente nella lingua; così era stato nell’Italia del boom per l’eloquio di Aldo Moro – passato dalla retorica latinizzante al pragmatismo – e  per gli spettatori dei quiz televisivi, presso i quali era invalso l’esatto in luogo del .  Adesso un nuovo spettro si aggira per i tinelli degli italiani, ed è lo spettro de  l’impiattatore.

L’epifania di colui che impiatta insomma, che ha avuto degli effetti drastici: ad alcuno è più concesso poggiare del cibo nel piatto, adagiarvelo al limite, e servirlo serenamente. Un bracciante lucano, un pastore abbruzzese, una casalinga di Treviso (che pensavano stupidamente il piatto supporto e contenitore del cibo, funzionale – vivaddio – a mangiare),  inabili alla nuova techne, restano adesso pietrificati. Non di fronte alla Gòrgone ma dinanzi all’occhio cinico di un osservatore inesistente: lo chef. E cavano con sgomento assieme ad ansia da prestazione, da pentolini e scolapasta, persino ovetti sodi e paste in bianco.


 

Iniziamo da capo. Le parole sono importanti e si affermano nella lingua tramite il consenso dei parlanti; le governa una volontà impersonale del sistema, che dipende da tutti ma non è riducibile a nessuno (provate ad introdurre nell’italiano un nuovo lemma a vostra discrezione e vedrete la poca fortuna cui andrete incontro). A noi, che da queste parole siamo parlati, non resta che registrare i cambiamenti a posteriori (la linguistica, in fondo, non è meno Nottola di Minerva di quanto lo sia la filosofia). E allora di questi esiti converrà tenerne da conto. Prendiamo due esempi opposti: i verbi impiattare (rieccoci) e sbancalare.

Entrambi, pur avendo il pregio di spiegare da loro il proprio significato, erano fino a qualche anno fa unicamente in uso presso delle categorie sociali abbastanza specifiche: cuochi il primo,  operai il secondo (per chi avesse dei dubbi: sbancalare non è altro che disfare un bancale o pallet  – da cui anche l’omologo verbo depallettizzare). È facile ipotizzare che in un anno a caso non troppo lontano, diciamo il 2010, una figura terza, mettiamo un impiegato, pur potendo comprendere intuitivamente i significati di entrambe le parole, ne ignorasse equamente l’esistenza. Ma nel 2018 l’impiegato impiatta e non sbancàla, e anche se dovesse mai sbancalare, non sarebbe cosciente di farlo: non lo saprebbe dire con una parola, che, per quanto brutta, sia solo una.

Siamo nell’epoca di Ikea e di Amazon, da cui i bancali, e parimenti in quella di Masterchef e di Quattro Ristoranti, da cui i piatti impiattati. Ma perché allora ha vinto Carlo Cracco (un Carlo Cracco trascendentale diciamo, condizione d possibilità di tutti i Carlo Cracco) col suo atto di parole?

Io credo che la risposta stia nell’Italia che si sta terziarizzando, che ha assunto come modello umano unico colui che timbra un cartellino ma è vestito bene. Il cuoco infatti, pur non lavorando in ufficio,  è il paradigma perfetto dei lavori d’ufficio: dove ciascuno è manager, dove si portano avanti dei progetti e tocca coordinare, sì prendono lavate di testa alla cazzo e sì vivono frustrazioni; talvolta soddisfazioni. Le aziende più avvedute portano parte del personale a cucinare, a fare team building con un cuoco.

Mettiamocela via: alcune parole passano di moda, come proletariato, altre non sono mai andate di moda, come sbancalare. Ma forse un altro sbancalare è possibile. Io immagino dei futuri magazzinieri umanisti  impiegati presso Amazon, con le loro lauree inspendibili altrimenti, che danno valore aggiunto scrivendo bigliettini da mettere nei pacchi – come in una specie di guerilla marketing. “Ho visto che hai ordinato l’ultimo libro di Fabio Volo. Non ti giudico, anzi: penso che in te ci sia del buono. E a questo proposito vorrei consigliarti La persona e il sacro di Simone Weil, questo mese scontato del 25%”.

O più icasticamente. “Ho visto che hai ordinato Il buono che fa bene di Carlo Cracco. Vai a fare in culo”.

 

 

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