Genova per noi. Totally unnecessary opinions

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Come è scritto in un frammento postumo di Nietzsche la relazione tra causa ed effetto, a leggerla bene, andrebbe invertita: è l’effetto che fa sì che si vada alla ricerca di una causa; è l’effetto la causa della causa. Pensiamo a Genova. Crolla un ponte autostradale, muoiono quarantatré cristi che lavoravano o attendevano giustamente ai fatti propri. Che succede? Si inizia a parlare di stralli e di cemento armato precompresso, locuzioni ignorate sino a prima d’aprir bocca: <<Sono gli stralli della torre nove ad aver ceduto; Il cemento armato precompresso era una tecnologia inadatta già ai tempi della costruzione del ponte; No, era l’opera ad essere vecchia; Andava ristrutturato; No, costava meno farne uno nuovo; Ci passavano troppi camion!>>. Come in Johnny Stecchino il problema dei problemi, alla fine, è il traffico.

Non voglio mancare di rispetto ad una tragedia, voglio mancarne al racconto delle tragedie, alle valutazioni del giorno dopo. La parodia della realtà, alla fine, è  meno parodistica della realtà stessa. <<È colpa di Autostrade, il concessionario; No, è colpa del Ministero che non ha vigilato; Allora facciamo che è colpa di tutti e due>>. Pari e patta.

Poi, la paranoia da eccesso di zelo: <<Buttiamo giù tutti i ponti di cinquant’anni!; Chiudiamoli al traffico, nel frattempo; Meglio ristrutturarli; No, facciamone di nuovi; Ok, buttiamo giù qualsiasi cosa abbia progettato Morandi, fosse anche un terrazzino; Guarda che succede a far fare i ponti ad un cantante..; Ma non era un pittore?>>.

Scusate. Questa cosa, però, siamo noi; e la nostra peculiare malattia è la ricerca del colpevole. Forse altri, da qualche parte, mirano alle soluzioni.

Qualche anno fa fui vittima di un incidente in autostrada. La mia ragazza del tempo, seduta sul posto passeggero, perse per qualche ora la memoria. Nulla di grave, fortunatamente. Mentre eravamo in  attesa dei soccorsi chiedeva insistentemente cosa fosse successo ma era come se non registrasse le risposte, tanto che finiva per ripetere le stesse domande. Ad un certo punto arrivò un tizio dell’ANAS per spazzare la strada da cocci di vetro e plastica. Lei lo raggiunse, lo prese quasi per la collottola e con gli occhi spiritati gli intimò <<allora, me lo dica lei, di chi è la colpa?>>.


 Nuovi spunti per inutili analisi. Le mie, senza costrutto e senza pretese.

  • È facile l’encomio al pompiere che rischia la vita. Date il vostro plauso alla pietas del becchino che ricompone le salme, anch’egli lavora;
  • Fare un ponte è un’attività umana che non pertiene alla sola ingegneria, coinvolge valutazioni intorno alla logistica, all’urbanistica, all’idea di futuro, al bello e a chissà che altro. Fare un ponte ha più a che fare con le  scienze umane che con le formalizzazioni ed i calcoli;
  • Il cemento armato può ricadere nella categoria del bello. Nel dopoguerra e nel cemento armato, nelle forme avveneristiche che vi si possono comporre, c’era un’idea di futuro. Nell’odierna passività inoperosa tutta italiana  non c’è nè idea, nè futuro, nè bellezza;
  • Il tempo corrompe; il cemento armato ha una scadenza più breve delle nostre vite. Quanto dureranno le nostre case ed i nostri condomini? Le orrende periferie del boom economico e successive forse sono una promessa di rinascita;
  • Il crollo del ponte Morandi e l’esplosione dell’autocisterna sulla tangenziale di Bologna ci ammoniscono dall’interno, attraverso degli effetti visibili, su cosa può essere una guerra.
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