Very famous in the nineties. Due parole su BoJack (e Bill Cosby)

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Gli autori di Hollywood la sanno lunga: dietro i buoni sentimenti delle sit comm si nasconde l’abisso. Guardate Bill Cosby, aka papà Robinson, che nella serie omonima risolveva con grande equilibrio e verve i problemi esistenziali di tutta la famiglia; nella vita vera, invece, ha questo problema che gli piace scoparsi le ragazzine. Drogandole prima.

(Poi, diciamolo, quanti danni ha prodotto Cliff Robinson tra le famiglie degli italiani? La sua incrollabile fiducia nel dialogo – che neanche Jurgen Habermars! – allo stesso tempo molto pragmatica, risultava difficile da maneggiare quando in casa, a fronte di qualche cazzata filiale, volava una sberla. Si trattava di un modello di perfezione pedagogica insopportabile ed è giusto che la vita l’abbia falsificato).

Similmente l’mmaginifico BoJack, che recitava in Horsin’ Around il ruolo del padre adottivo infarcito di buoni sentimenti, prontezza di spirito e – appunto – paternalismo, fuori dalle scene ha una vita che è un disastro. Cose pesanti. Dipendenza dall’alcol, angherie familiari, sodalizi umani e artistici distrutti; il tutto in un quadro complessivo che è quello della depressione. Ma BoJack, per quanto scontroso (è pur sempre un cavallo), è buono.

BoJack Horseman è arrivato alla quinta stagione su Netflix. Se non avete mai visto la serie spicciatevela da soli, non starò io a raccontarvela. Ma sappiate che ne vale la pena. Essenzialmente per due motivi:

  1. La tridimensionalità dei protagonisti. Dietro un’apparente futilità della vita hollywoodiana, dietro gli sketch brillanti che ciascuno attende dopo l’abitudine ai vari Simpson, Griffin o South Park, ci sono le esistenze devastate dei personaggi. Tutti, i personaggi. Se si innamorano, dell’amore non viene narrata la gioia ma la tragedia, il fallimento. Delle loro biografie significative sono solo le sconfitte. Del resto che cos’è che dà spessore ad un personaggio di animazione? La tragedia, appunto. Pensate al vecchietto di Up!, gli avreste voluto bene se non fosse rimasto vedovo e senza figli?
  2. La caratterizzazione amorale dei protagonisti. Per quanto possiate parteggiare per qualcuno all’interno della narrazione ad un certo punto verrete delusi. I vostri beniamini vi tradiranno e gli stupidi non mancheranno di fare cose giuste. Ad esempio noi intelligentoni, che nella vita vorremmo una ragazza come Diane (intellettuale nerd caustica, tipo Daria di MTV se ve la ricordate), scopriremo che quell’apparente modello di femminilità è in fondo solo l’ennesima paintagrane insicura (e proprio per questo ancor più realistica).

In tutto ciò giova ripetere che BoJack è buono; non lo è in modo limpido e naturale come Mr. Peanutbutter (che del resto è un cane), ma alla fine lo si capisce. L’hanno detto anche a me, che sono buono. Tuttavia, come insegnano le avventure dell’umanissimo cavallo, questo non è sufficiente per fondare un qualche equilibrio nei rapporti umani. Ed è per questo che gli voglio bene.

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Playlist

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La costruzione di una playlist è sempre frustrante. Lo è tanto più il riascolto, quando l’emozione che si vive di fatto è quella – scialba – di una ripetizione attesa. Al contrario ascoltare una canzone per caso alla radio, canzone conosciuta ma che non avevamo considerato per l’ipotetica lista, o rivedere un film alla TV ignari del fatto che la programmazione l’avrebbe incluso, è un piacere più fino e soddisfacente. E questo ci dice in qualche misura che è più bello essere scelti che scegliere.

Non a caso l’essere scelti è un tema religioso. Nell’eventualità – vattelappesca – di una conversione, sarebbe Dio a scegliere voi, mai il contrario. Del resto, according to Pitagora, le sfere celesti nelle loro rivoluzioni produrrebbero musica.

Il punto è che di fronte al bello siamo già oltre la razionalità. È per questo che diffido della critica musicale. O meglio, non tanto della critica, se esiste, ma di chi con sprezzo vuol farti capire che è meglio ciò che ascolta lui, e ricorre alla nomenclatura di altri artisti come  pezze d’appoggio analogiche per far prevalere il proprio discorso. Una discussione musicale buona è quella dove può esservi solo accordo: si può affinare il gusto dell’ascoltatore ma non si può dare di meglio  di qualcosa che già, insospettabilmente, emoziona.