Paris CDG

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Qualche mese addietro sono andato in Islanda facendo tappa – tecnica, come si dice – a Parigi. Provenivo da Venezia e sarei arrivato a tarda sera a Charles De Gaulle, per poi partire a metà mattina del giorno successivo per Reykjavik. Sebbene non avessi alcuna aspettativa da un passaggio così interlocutorio, considerando per altro che non ci sarebbe stato il tempo per fare altro che andare in hotel, dormire e tornare indietro, mi sono trovato quasi involontariamente a registrare una manciata di aspetti più o meno originali relativi al contesto.

In primis: tutto funziona meravigliosamente; lo so, sembra il solito commento dell’italiano disfattista e provinciale – e probabilmente in parte lo è – ma davvero, se arrivi dalla periferia dell’impero certe cose le noti. Parlo di logistica e trasporti. Paris CDG si compone di tre terminal posti a distanze dispersive ma perfettamente raccordati da una metropolitana –  CDGVAL – che vi fa continuamente la spola, includendo  nel percorso anche qualche parcheggio. Va da sé che non si paga alcun biglietto. Se poi alloggiate nel circondario, come è capitato senza grande impegno di ricerca a me, vi è sufficiente recarvi al quinto piano del terminal due e aspettare il bus che fa il giro degli hotel. Anche qui nessun biglietto da pagare, idem per il viaggio di ritorno. Ho dormito in una catena un po’ da poveri chiamata “hotelF1”, roba da 30 euro a notte per doppia uso singola con un bagno in comune (fatto principalmente di plastica); l’hotel affaccia su una piccola piazza condivisa con Ibis e Novotel e interdetta al traffico dei non clienti, con in mezzo la banchina per l’autobus e gli stalli per le macchine: nessun altro orpello se non la praticità di farti dormire e riportarti in aeroporto.

La caratteristica assieme straniante e affascinante è che tutto ciò che si vive o si attraversa per chilometri non è altro che un gigantesco nonluogo. Nonluogo è la fortunata definizione di Marc Augê per i posti di passaggio, frequentati ma privi di tradizione, dove la gente propriamente non ‘abita’ (per quanto vi possa comunque dormire, vedi gli hotel) o non stabilisce grandi relazioni. Insomma aeroporti, stazioni dei treni, autogrill, centri commerciali e compagnia cantante. Qui naturalmente è tutto in funzione dell’aeroporto. Per rendere l’idea: non si vede una villetta o  un appartamento con un vaso di fiori sul pergolo; sembra di stare in una specie di quartiere ideale separato dalla vita, una grande sala d’attesa iper-funzionale, un limbo. Per certi versi è un’affascinante esperienza di premorte che in me ha suscitato un’inattesa pace dell’animo. Insomma è la vertigine del nonluogo, e dà una certa soddisfazione viverla a casa dell’autore che ha coniato il fortunato neologismo.

L’aspetto poi che salta agli occhi è che nei terminal aeroportuali c’è una certa stratificazione di stili architettonici, un po’ come alcune basiliche romaniche nelle quali nel tempo sono state ricavate delle bifore gotiche e aggiunto un altare barocco. Qui si tratta di un discorso brutalista sviluppato lungo gli ultimi trent’anni del novecento. Si parte dal terminal uno, più vecchio e dunque più  avveneristico, con la sua pianta ad octopus e le curvature spavalde del cemento armato (il Concorde non poteva atterrare che qui, perché rappresentava parimenti un’idea di futuro che non c’è più), passando al  terminal  due, dotato di  maggiore luminosità con le ampie vetrate e le linee più spigolose ed essenziali, sino al tre che ne è la derivazione posticcia. Nel mezzo di questo trionfo cementizio ho trovato l’indicazione happiest place on earth, che suppongo rimandasse ad  un ristorantino: mi ha davvero fatto piacere fosse qui.

Da ultimo ho visto parcheggiato fuori da un hangar un paio di aerei con livrea Republique Francaise, due Airbus ovviamente. Ricordate la stucchevole polemica sull’Air Force Renzi? Ecco, io mi chiedo: perché mai le istituzioni italiane, pensiamo al povero Sergio Mattarella (che Dio ce lo conservi), non dovrebbero volare con uno straccio di aereo con su scritto Repubblica Italiana, considerando che pure i Led Zeppelin ne avevano uno marchiato Led Zeppelin e persino gli Iron Maiden – provate a indovinare – ne hanno uno con scritto sopra Iron Maiden?

 

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Leaving Neverland ovvero del non accettare caramelle dai troppo conosciuti

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È andata in onda su Nove la prima puntata di Leaving Neverland, la breve docuserie di HBO costruita sulle testimonianze di due ex bambini abusati tra la fine degli anni ottanta e i primi novanta da Michael Jackson, Wade Robson e Jimmy Safechuck.

Tralasciando qualche debolezza come l’insistere sulle reazioni emotive dei testimoni (e qui il doppiaggio italiano non aiuta) e prendendo per buono quello che è il loro racconto al di là delle polemiche tra la Jackson Family e la produzione – limitandoci in altre parole alla verosimiglianza dei fatti narrati –  io trovo che gli aspetti più interessanti nascano dagli elementi di contesto, dal mondo late eighties che appare sullo sfondo. Un mondo privo di internet e di telefoni cellulari, la cui semplice esistenza, lo dice anche la madre di una delle due vittime, avrebbe probabilmente   reso più arduo lo svilupparsi di questa piccola epopea pedofila. E un mondo parimenti dove la musica non ancora dematerializzata produceva fenomeni di fanatismo rispetto ai quali ora è difficile trovare un omologo.

C’è poco da spoilerare considerando che come atteso Michael finirà per avere rapporti inappropriati e ripetuti con almeno i due testimoni. L’elemento inatteso e disturbante però risiede nella fiducia con cui le famiglie Safechuck e Robson consegneranno progressivamente i figli alla star, consentendo loro  di dormire assieme al grande idolo (al tempo ultratrentenne) e lasciandoli soli per più giorni a Neverland o in qualche altro appartamento.

Jackson, infantile per molti aspetti, entrava in empatia tanto coi piccoli che con le famiglie. Appariva debole e solo, e probabilmente lo era. Faceva sentire le sue controparti, specie Wade e Jimmy, quali i suoi unici amici. Tempestava di chiamate e fax i bambini e le famiglie,  e a quest’ultime fece vivere un sogno transitorio di celebrità e ricchezza. Spesso si autoinvitava a casa dei Safechuck, famiglia piccolo borghese americana qualunque, e restava lì a dormire. Quanto ai Wade – per dire – finì per spezzare in due la famiglia, australiana d’origine, facendo sì che madre e figli si trasferissero negli Stati Uniti.

È straordinario come una puntata di South Park del duemilaquattro avesse messo in scena con tanta precisione tragicomica la psicologia dell’anonimo e omofono Michael “Jefferson”; ma siamo sempre lì: gli sceneggiatori di Hollywood la sanno lunga. Noto invece una questione storica di portata più ampia: nell’eterno e periodico ritorno della musica, della moda e del costume anni ottanta Michael Jackson è sempre rimasto un po’ a lato, per non dire tralasciato. Credo che in tutto ciò ci sia una generale cattiva coscienza di chi aveva idolatrato una star in seguito molto chiacchierata, e che, come le famiglie Robson e Safechuck, si era fatto vincere da quel miraggio di grandezza.

 

 

Il prossimo anno, valido ogni anno. (Scritto qualche anno fa)

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Il prossimo anno troverete lavoro e non avrete più tempo libero.
Il prossimo anno morirete di caldo ma anche di freddo.
Il prossimo anno pioverà sempre, ma solo durante le ferie.
Il prossimo anno c’è la crisi.
Il prossimo anno perderete il lavoro. 
Il prossimo anno verrete mollati dalla morosa perché disoccupati.
Il prossimo anno vi sentirete soli e prenderete un cane. E il cane cagherà in casa.
Il prossimo anno è amore.
Il prossimo anno troverete un’altra morosa e spenderete un mucchio di soldi per il cazzo.
Il prossimo anno farete un sacco di buoni propositi per l’anno dopo il prossimo anno.
Il prossimo anno morirà tanta gente famosa, sicuramente i vostri preferiti anche se non lo sapevate. Ciao Sic! RIP Madiba.
Mitico Vasco.
Il prossimo anno resterà meno da vivere anche a voi.
Il prossimo anno studierete un sacco, che fosse bello se prenderei la laurea.
Il prossimo anno farete sport e vi farà malissimo.
Il prossimo anno smetterete di fumare.
Il prossimo anno farete la dieta Dukan e riprenderete a fumare.
Il prossimo anno dormirete solo con le benzodiazepine.
No, non le passa più la mutua.
Il prossimo anno la polizia postale vi chiuderà Pornhub, Youjizz e tutti gli altri.
Il vostro IP ce l’hanno già dall’anno scorso.

Non fatevi illusioni, Il prossimo anno.

Monologo dell’angelo (o dell’Inferno che sono gli altri)

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[suono di trombetta, sbatte i pedi]

“Oizaicnunnà! Enoizaicnunnà!”

Sì, lo so: non avete capito..

Sarebbe: “Annunciaziò! Annunciazione!”, ma detto al contrario. È che sono un angelo satanista.

Avete presente le messe nere, dove si recita il “Padre nostro” alla rovescia? Ecco, io faccio parte del club. E faccio le annunciazioni al contrario.

Sono un angelo satanista, come detto.

I miei colleghi buoni, quelli della Megaditta, dicono cose tipo: “perché cercate tra i morti colui che è risorto?”. Oppure: “ecco Maria, concepirai un figlio, lo darai alla luce e bla bla bla..”.  Le buone novelle insomma, quelle che sono capaci tutti.

Io mi occupo di tematiche minori. Faccio il lavoro sporco, diciamo.

Mi toccano le annunciazioni al contrario. Tutte cose che conoscete già, ma non vi siete mai resi conto che dietro ci fossi io.

Arrivate trafelati alla Coop dopo una giornata difficile? Io sparo dagli altoparlanti: “Il supermercato chiude tra cinque minuti, siete pregati di ultimare gli acquisti ed avvicinarvi alle casse”. Siete al bancone del pub e ordinate una pinta di quella IPA che vi fa tanto voglia? Io chiarisco che devo cambiare il fusto, e voi restate lì mezz’ora con la gola secca. Volete un caffè al bar, che vi sta venendo sonno? Va da sè che ho già pulito la macchina (e ve lo comunico solennemente).

Le cattive novelle, insomma:  roba da professionisti. Questioni particolari.

Del resto il diavolo si nasconde nei dettagli.

[suono di trombetta, sbatte i pedi]

“Oizaicnunnà! Enoizaicnunnà!”

Avete presente quella storia di Lucifero, l’angelo che voleva usurpare il potere a Dio? Una mistificazione, roba che i profeti poi ci hanno ricamato.. In realtà è stato tutto un problema di privacy.

Come immagino saprete nella Bibbia gli angeli citati sono solamente tre: Michele, Raffaele e quell’egocentrico di Gabriele (noi lo chiamavamo il principino, perché stava sul ca.. ehm.. [si guarda tra le cosce, fa di no con la testa] sul pube a tutti).

Beh insomma, fatto sta che il povero Lucifero voleva magari parlare di qualche questione delicata col suo amico Raffaele, metti del  sesso degli angeli [fa una pausa], e lo chiamava: “pssst.. Lele!”; ed ecco che si precipitavano tutti e tre! Ogni volta, beninteso. Anche quel rompipa.. ehm.. [si guarda tra le cosce, fa di no con la testa] quel rompipube di Gabriele.

A quei tempi il Megadirettore non aveva ancora rilasciato la versione definitiva del GDPR, e poi, si sa, il Paradiso è piccolo e si conoscono tutti. Inoltre non c’è mai niente da fare salvo contemplare la bellezza e la consustanziale bontà del Capo. Che per carità, figo è figo, ma passare l’eternità così sai che pa.. ehm.. [si guarda tra le cosce, fa di no con la testa] che pube! Ragion per cui lì in Paradiso tutti si fanno i fatti degli altri.

Insomma è successo che Lucifero non ne poteva più e ha sbroccato, ed è finita come tutti sappiamo.

Io gli sono andato dietro.

[suono di trombetta, sbatte i pedi]

“Oizaicnunnà! Enoizaicnunnà!”

to be continued..

Very famous in the nineties. Due parole su BoJack (e Bill Cosby)

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Gli autori di Hollywood la sanno lunga: dietro i buoni sentimenti delle sit comm si nasconde l’abisso. Guardate Bill Cosby, aka papà Robinson, che nella serie omonima risolveva con grande equilibrio e verve i problemi esistenziali di tutta la famiglia; nella vita vera, invece, ha questo problema che gli piace scoparsi le ragazzine. Drogandole prima.

(Poi, diciamolo, quanti danni ha prodotto Cliff Robinson tra le famiglie degli italiani? La sua incrollabile fiducia nel dialogo – che neanche Jurgen Habermars! – allo stesso tempo molto pragmatica, risultava difficile da maneggiare quando in casa, a fronte di qualche cazzata filiale, volava una sberla. Si trattava di un modello di perfezione pedagogica insopportabile ed è giusto che la vita l’abbia falsificato).

Similmente l’mmaginifico BoJack, che recitava in Horsin’ Around il ruolo del padre adottivo infarcito di buoni sentimenti, prontezza di spirito e – appunto – paternalismo, fuori dalle scene ha una vita che è un disastro. Cose pesanti. Dipendenza dall’alcol, angherie familiari, sodalizi umani e artistici distrutti; il tutto in un quadro complessivo che è quello della depressione. Ma BoJack, per quanto scontroso (è pur sempre un cavallo), è buono.

BoJack Horseman è arrivato alla quinta stagione su Netflix. Se non avete mai visto la serie spicciatevela da soli, non starò io a raccontarvela. Ma sappiate che ne vale la pena. Essenzialmente per due motivi:

  1. La tridimensionalità dei protagonisti. Dietro un’apparente futilità della vita hollywoodiana, dietro gli sketch brillanti che ciascuno attende dopo l’abitudine ai vari Simpson, Griffin o South Park, ci sono le esistenze devastate dei personaggi. Tutti, i personaggi. Se si innamorano, dell’amore non viene narrata la gioia ma la tragedia, il fallimento. Delle loro biografie significative sono solo le sconfitte. Del resto che cos’è che dà spessore ad un personaggio di animazione? La tragedia, appunto. Pensate al vecchietto di Up!, gli avreste voluto bene se non fosse rimasto vedovo e senza figli?
  2. La caratterizzazione amorale dei protagonisti. Per quanto possiate parteggiare per qualcuno all’interno della narrazione ad un certo punto verrete delusi. I vostri beniamini vi tradiranno e gli stupidi non mancheranno di fare cose giuste. Ad esempio noi intelligentoni, che nella vita vorremmo una ragazza come Diane (intellettuale nerd caustica, tipo Daria di MTV se ve la ricordate), scopriremo che quell’apparente modello di femminilità è in fondo solo l’ennesima paintagrane insicura (e proprio per questo ancor più realistica).

In tutto ciò giova ripetere che BoJack è buono; non lo è in modo limpido e naturale come Mr. Peanutbutter (che del resto è un cane), ma alla fine lo si capisce. L’hanno detto anche a me, che sono buono. Tuttavia, come insegnano le avventure dell’umanissimo cavallo, questo non è sufficiente per fondare un qualche equilibrio nei rapporti umani. Ed è per questo che gli voglio bene.

Playlist

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La costruzione di una playlist è sempre frustrante. Lo è tanto più il riascolto, quando l’emozione che si vive di fatto è quella – scialba – di una ripetizione attesa. Al contrario ascoltare una canzone per caso alla radio, canzone conosciuta ma che non avevamo considerato per l’ipotetica lista, o rivedere un film alla TV ignari del fatto che la programmazione l’avrebbe incluso, è un piacere più fino e soddisfacente. E questo ci dice in qualche misura che è più bello essere scelti che scegliere.

Non a caso l’essere scelti è un tema religioso. Nell’eventualità – vattelappesca – di una conversione, sarebbe Dio a scegliere voi, mai il contrario. Del resto, according to Pitagora, le sfere celesti nelle loro rivoluzioni produrrebbero musica.

Il punto è che di fronte al bello siamo già oltre la razionalità. È per questo che diffido della critica musicale. O meglio, non tanto della critica, se esiste, ma di chi con sprezzo vuol farti capire che è meglio ciò che ascolta lui, e ricorre alla nomenclatura di altri artisti come  pezze d’appoggio analogiche per far prevalere il proprio discorso. Una discussione musicale buona è quella dove può esservi solo accordo: si può affinare il gusto dell’ascoltatore ma non si può dare di meglio  di qualcosa che già, insospettabilmente, emoziona.

Genova per noi. Totally unnecessary opinions

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Come è scritto in un frammento postumo di Nietzsche la relazione tra causa ed effetto, a leggerla bene, andrebbe invertita: è l’effetto che fa sì che si vada alla ricerca di una causa; è l’effetto la causa della causa. Pensiamo a Genova. Crolla un ponte autostradale, muoiono quarantatré cristi che lavoravano o attendevano giustamente ai fatti propri. Che succede? Si inizia a parlare di stralli e di cemento armato precompresso, locuzioni ignorate sino a prima d’aprir bocca: <<Sono gli stralli della torre nove ad aver ceduto; Il cemento armato precompresso era una tecnologia inadatta già ai tempi della costruzione del ponte; No, era l’opera ad essere vecchia; Andava ristrutturato; No, costava meno farne uno nuovo; Ci passavano troppi camion!>>. Come in Johnny Stecchino il problema dei problemi, alla fine, è il traffico.

Non voglio mancare di rispetto ad una tragedia, voglio mancarne al racconto delle tragedie, alle valutazioni del giorno dopo. La parodia della realtà, alla fine, è  meno parodistica della realtà stessa. <<È colpa di Autostrade, il concessionario; No, è colpa del Ministero che non ha vigilato; Allora facciamo che è colpa di tutti e due>>. Pari e patta.

Poi, la paranoia da eccesso di zelo: <<Buttiamo giù tutti i ponti di cinquant’anni!; Chiudiamoli al traffico, nel frattempo; Meglio ristrutturarli; No, facciamone di nuovi; Ok, buttiamo giù qualsiasi cosa abbia progettato Morandi, fosse anche un terrazzino; Guarda che succede a far fare i ponti ad un cantante..; Ma non era un pittore?>>.

Scusate. Questa cosa, però, siamo noi; e la nostra peculiare malattia è la ricerca del colpevole. Forse altri, da qualche parte, mirano alle soluzioni.

Qualche anno fa fui vittima di un incidente in autostrada. La mia ragazza del tempo, seduta sul posto passeggero, perse per qualche ora la memoria. Nulla di grave, fortunatamente. Mentre eravamo in  attesa dei soccorsi chiedeva insistentemente cosa fosse successo ma era come se non registrasse le risposte, tanto che finiva per ripetere le stesse domande. Ad un certo punto arrivò un tizio dell’ANAS per spazzare la strada da cocci di vetro e plastica. Lei lo raggiunse, lo prese quasi per la collottola e con gli occhi spiritati gli intimò <<allora, me lo dica lei, di chi è la colpa?>>.


 Nuovi spunti per inutili analisi. Le mie, senza costrutto e senza pretese.

  • È facile l’encomio al pompiere che rischia la vita. Date il vostro plauso alla pietas del becchino che ricompone le salme, anch’egli lavora;
  • Fare un ponte è un’attività umana che non pertiene alla sola ingegneria, coinvolge valutazioni intorno alla logistica, all’urbanistica, all’idea di futuro, al bello e a chissà che altro. Fare un ponte ha più a che fare con le  scienze umane che con le formalizzazioni ed i calcoli;
  • Il cemento armato può ricadere nella categoria del bello. Nel dopoguerra e nel cemento armato, nelle forme avveneristiche che vi si possono comporre, c’era un’idea di futuro. Nell’odierna passività inoperosa tutta italiana  non c’è nè idea, nè futuro, nè bellezza;
  • Il tempo corrompe; il cemento armato ha una scadenza più breve delle nostre vite. Quanto dureranno le nostre case ed i nostri condomini? Le orrende periferie del boom economico e successive forse sono una promessa di rinascita;
  • Il crollo del ponte Morandi e l’esplosione dell’autocisterna sulla tangenziale di Bologna ci ammoniscono dall’interno, attraverso degli effetti visibili, su cosa può essere una guerra.

Alternative für Deutschland e le vacanze alternative lungo una pozza

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Io li ho visti i tedeschi che votano AFD o sostengono Pegida. Li ho visti perché non potevano essere che loro. Provenivano da paesi della provincia bavarese. Dalla bella provincia bavarese lungo la Romantische Strasse, fatta di colline dolci e gialla dei campi d’orzo bruciati al sole – che a dispetto dei luoghi comuni in agosto scalda quasi quanto il nostro. Paesi contadini presso i quali faceva insospettabilmente capolino qualche capannone, segno di  media o grande industria che nel Nord Est è mosca bianca; strutture rivestite da frangisole colorati o da lastre di metallo zincate che conferivano all’insieme una certa grazia.

Facevano il bagno, i bavaresi,  in una squallida pozza ricavata da uno scavo, nell’acqua torbida. Tanti bambini con salvagenti e gonfiabili colorati; molte urla, come al mare. Di lato un bar scarno e posticcio: tavolini e sedie all’aperto, odore di sigaretta all’interno, una friggitrice per le patatine e la spina delle birre.

Ordinammo e presto ci guardammo male, visto che i boccali, presi da un armadio, venivano rimestati  nell’acqua di un lavandino tappato. Gli uomini erano vestiti male: avevano canottiere sgargianti, pantaloni corti color cachi, pance prominenti e impudiche. Ho visto baffi che ricordavo solo a Jesolo, da bambino, negli anni ottanta. Non erano i tedeschi che si vedono sulle riviere italiane o croate, forse neppure sui laghi alpini. Erano diffidenti, non avrebbero avuto ragione d’essere altrove.

Erano almeno le 18 ed eravamo stanchi. Malgrado il nostro privato disappunto bevemmo quella birra, o meglio, come o più del solito,  io finii per berle entrambe. La giornata era stata desolante: eravamo in vacanza ma la sensazione, demenziale, era di essere la famiglia Joad in Grapes of Wrath. Avevamo girato ore per trovare un campeggio e ancora stavamo in ballo.

Qualche ora prima eravamo finiti, seguendo i cartelli, in qualcosa che era annunciato come un Campingplatz. Giunti sul posto appariva come  un campo nomadi, anche se più ordinato. C’erano roulotte ferme da anni e casupole di lamiera ondulata; nulla che in realtà fosse fatto per muoversi o  per essere minimamente spostato. Erano seconde case: idee di seconde case di chi voleva passare qualche giornata nel bosco. I vialetti erano un misto di ciottoli ed erba. In alcune piazzole, se così si poteva chiamarle, le erbacce erano alte un metro e mezzo. Non c’era praticamente nessuno. Cercammo i bagni; per abitudine professionale, sapendo che sono gli indicatori della qualità di un campeggio. Incrociammo un tizio e gli chiedemmo col nostro malo tedesco se c’era una Rezeption o qualcosa del genere. Ci fu indicata una direzione che non capimmo. Era tutto troppo inquietante. Scappammo.

Più tardi trovammo un hotel su Booking.

Quando perdemmo la vergogna, ovvero del governo M5S-Lega e del porno in Internet

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Scriveva Walter Ong di come il passaggio dalla cultura orale a quella scritta ha modificato il nostro modo di pensare. Ad esempio,  unicamente attraverso il ricorso alla scrittura si è giunti al pensiero astratto: è stato possibile di colpo, tramite uno stilo e una tavoletta, riporre lontano dall’attenzione immediata una serie di enunciati e osservazioni; enunciati dai quali ne sarebbero scesi necessariamente degli altri, da cui lo sviluppo di geometria e matematica.

Di seguito, dall’apparizione della stampa a caratteri mobili sino alla diffusione di Internet, gli impatti dei media sul nostro modo di intendere il mondo sarebbero stati molteplici e grandiosi. Un sottoinsieme significativo di queste modificazioni, ancora insondato,  si può scorgere nelle evoluzioni della politica italiana prodotte dall’adozione popolare prima del VHS e poi dello streaming video. Nello specifico io credo che ciò che ha unito le valli bergamasche e la Sicilia alle ultime elezioni, la Lega ed il Movimento Cinquestelle, sia qualcosa di più profondo che non la divisione tra Flat tax e reddito di cittadinanza, e che risiede nella pornografia e nel modo in cui è stata veicolata.

Per quanto mi riguarda la fase dello sviluppo è coincisa storicamente con Tangentopoli ed il rivolgimento politico che ne è seguito. A quel tempo, per noi ragazzini di provincia, l’approvvigionamento al porno avveniva attraverso vie fortuite e nondimeno preziose, quali qualche giornaletto (tipicamente Le Ore Mese), di solito abbandonato da un camionista lungo l’autostrada, o una videocassetta sottratta al fratello maggiore di un compagno di classe, acquistata con fatica all’edicola del secondo o terzo paese più vicino.

Il porno era un passatempo carbonaro, indipendentemente dall’età. Anche la Lega era un partito carbonaro, almeno fino alle elezioni del ’92 o del ’94 che l’avrebbero progressivamente premiata sino a renderla egemone in alcune aree del Paese. Non si vedeva alla TV. Strepitava argomenti che nel discorso pubblico non era decente portare:  le tasse troppo alte pagate per un Sud parassita e la richiesta di federalismo. L’Umberto Bossi in canottiera, quello che la Lega ce l’ha duro, si accordava perfettamente con il porno in VHS e i giornaletti. Il celodurismo, al di là del nome, condivideva la stessa nicchia sotterranea e tracotante della pornografia. Nonché il pubblico.

Più tardi, agli albori della diffusione di internet, diciamo nei primi 2000, le connessioni si pagavano a tempo e la banda era così stretta che le immagini porno, pur armandosi di una certa pazienza, era conveniente salvarle. Cominciò però a verificarsi nella vita di un bacino sempre crescente di persone la presa di coscienza di un inedito: il porno era gratis. Tette e culi, almeno in immagine, non si pagavano più. E soprattutto vi si accedeva direttamente, non erano più necessarie la mediazione di un edicolante e la vergogna. Il leghista, che un tempo lanciava il sasso e nascondeva la mano, che usciva con la sparata razzista ma in fondo – almeno un po’ – se ne vergognava, ora non aveva più remore.

Nel 2005 Beppe Grillo, assieme a  Casaleggio Associati, apre un blog che si tirerà dietro un tale codazzo di gente da trasformarsi in pochi anni nel partito più votato del Paese. Il partito di Internet, si diceva. Il resto è storia di oggi. Nel frattempo i video porno sono diventati ampiamente disponibili in tutta la rete, e, salvo per qualche adware, di semplicissimo accesso anche a chiunque disponga solo di una connessione 3G. In questo contesto l’idea di democrazia diretta ha trovato terreno fertile propio perché esisteva, ed era ormai maturo, un elettorato già educato dai siti hard. La ragione sta nel modo in cui gli streaming porno vengono guardati: una fruizione attiva che mette in scena un transfert di sè nella visione; un travaso dello spettatore nel rappresentato. In altre parole: l’idea del cittadino porta-voce stava già nelle seghe; un point of view che muove direttamente alla pornoattrice rendendo l’attore un tramite, di per se stesso, vuoto. Come la democrazia diretta.

Nel segno del porno, dunque, si è prodotta una convergenza storica e geografica tra le uniche vere forze politiche di estrazione popolare presenti in Parlamento. Il porno infatti è popolare almeno in tre accezioni: diffuso, alla portata di tutti e – adesso sgravato dalla vergogna – di moda.  È diretto come la democrazia diretta, vi si attinge senza filtri morali come al razzismo. Tutto questo si concretizza ora nel governo Lega-M5S.

Impiattami stocazzo: Carlo Cracco come (dis)educatore

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Scriveva Pier Paolo Pasolini che i cambiamenti della società si riflettono immediatamente nella lingua; così era stato nell’Italia del boom per l’eloquio di Aldo Moro – passato dalla retorica latinizzante al pragmatismo – e  per gli spettatori dei quiz televisivi, presso i quali era invalso l’esatto in luogo del .  Adesso un nuovo spettro si aggira per i tinelli degli italiani, ed è lo spettro de  l’impiattatore.

L’epifania di colui che impiatta insomma, che ha avuto degli effetti drastici: ad alcuno è più concesso poggiare del cibo nel piatto, adagiarvelo al limite, e servirlo serenamente. Un bracciante lucano, un pastore abbruzzese, una casalinga di Treviso (che pensavano stupidamente il piatto supporto e contenitore del cibo, funzionale – vivaddio – a mangiare),  inabili alla nuova techne, restano adesso pietrificati. Non di fronte alla Gòrgone ma dinanzi all’occhio cinico di un osservatore inesistente: lo chef. E cavano con sgomento assieme ad ansia da prestazione, da pentolini e scolapasta, persino ovetti sodi e paste in bianco.


 

Iniziamo da capo. Le parole sono importanti e si affermano nella lingua tramite il consenso dei parlanti; le governa una volontà impersonale del sistema, che dipende da tutti ma non è riducibile a nessuno (provate ad introdurre nell’italiano un nuovo lemma a vostra discrezione e vedrete la poca fortuna cui andrete incontro). A noi, che da queste parole siamo parlati, non resta che registrare i cambiamenti a posteriori (la linguistica, in fondo, non è meno Nottola di Minerva di quanto lo sia la filosofia). E allora di questi esiti converrà tenerne da conto. Prendiamo due esempi opposti: i verbi impiattare (rieccoci) e sbancalare.

Entrambi, pur avendo il pregio di spiegare da loro il proprio significato, erano fino a qualche anno fa unicamente in uso presso delle categorie sociali abbastanza specifiche: cuochi il primo,  operai il secondo (per chi avesse dei dubbi: sbancalare non è altro che disfare un bancale o pallet  – da cui anche l’omologo verbo depallettizzare). È facile ipotizzare che in un anno a caso non troppo lontano, diciamo il 2010, una figura terza, mettiamo un impiegato, pur potendo comprendere intuitivamente i significati di entrambe le parole, ne ignorasse equamente l’esistenza. Ma nel 2018 l’impiegato impiatta e non sbancàla, e anche se dovesse mai sbancalare, non sarebbe cosciente di farlo: non lo saprebbe dire con una parola, che, per quanto brutta, sia solo una.

Siamo nell’epoca di Ikea e di Amazon, da cui i bancali, e parimenti in quella di Masterchef e di Quattro Ristoranti, da cui i piatti impiattati. Ma perché allora ha vinto Carlo Cracco (un Carlo Cracco trascendentale diciamo, condizione d possibilità di tutti i Carlo Cracco) col suo atto di parole?

Io credo che la risposta stia nell’Italia che si sta terziarizzando, che ha assunto come modello umano unico colui che timbra un cartellino ma è vestito bene. Il cuoco infatti, pur non lavorando in ufficio,  è il paradigma perfetto dei lavori d’ufficio: dove ciascuno è manager, dove si portano avanti dei progetti e tocca coordinare, sì prendono lavate di testa alla cazzo e sì vivono frustrazioni; talvolta soddisfazioni. Le aziende più avvedute portano parte del personale a cucinare, a fare team building con un cuoco.

Mettiamocela via: alcune parole passano di moda, come proletariato, altre non sono mai andate di moda, come sbancalare. Ma forse un altro sbancalare è possibile. Io immagino dei futuri magazzinieri umanisti  impiegati presso Amazon, con le loro lauree inspendibili altrimenti, che danno valore aggiunto scrivendo bigliettini da mettere nei pacchi – come in una specie di guerilla marketing. “Ho visto che hai ordinato l’ultimo libro di Fabio Volo. Non ti giudico, anzi: penso che in te ci sia del buono. E a questo proposito vorrei consigliarti La persona e il sacro di Simone Weil, questo mese scontato del 25%”.

O più icasticamente. “Ho visto che hai ordinato Il buono che fa bene di Carlo Cracco. Vai a fare in culo”.